mercoledì 26 marzo 2014

Nel mondo del lavoro la gravidanza è peggio di un infortunio

Nel giorno dell'approvazione della legge che dovrebbe impedire la pratica incivile delle "dimissioni in bianco", ho letto questo articolo, twittato da Michela Murgia, in cui si parla delle difficoltà di una giornalista nel trovare lavoro a causa di una fede al dito oppure di una gravidanza.
Da quello che so chiedere a una donna se vuole avere figli, o se ne ha, durante un colloquio è illegale, correggetemi se sbaglio.
Comunque sia, conosco molti uomini, colleghi, ex-colleghi, amici, che si sono assentati dal lavoro per motivi di salute per parecchi mesi. Un collega giocando a pallone si è rotto i legamenti. Si è dovuto operare e sono seguiti diversi mesi di riabilitazione. Un altro è caduto con la moto, diverse fratture alle gambe, è stato a casa molto più di quanto sia stata io in maternità. Un caro amico si è rotto un femore (o forse entrambi?) cadendo con il deltaplano, anche in quel caso si è assentato dal lavoro per parecchi mesi. Per finire, un collega child-free si becca la varicella dal nipote, resta a casa come minimo un mese e c'è stato il rischio che avesse contagiato altri colleghi causando ulteriori assenze.
Ora, voi cosa pensereste se a un uomo durante un colloquio gli si chiedesse: "gioca a pallone?" oppure "va in moto?", "pratica sport pericolosi?", "le piace fare attività all'aria aperta?", "ha avuto tutte le malattie esantematiche?". E se gli dicessero: "Ci spiace, abbiamo preferito un collega che non ha altre priorità che quella di lavorare" (frase che è stata detta senza vergogna alla giornalista di cui si parla nell'articolo) perchè non vogliono correre il rischio di assumerlo per poi vederlo assentarsi per malattia? No perchè con le donne l'associazione sposata-maternità-assenza è immediata, perchè non dovrebbe esserlo quella sportivo-infortunio-assenza per gli uomini? 

Con la differenza che la gravidanza non è una malattia e mettere al mondo un figlio è una cosa bella, e a mio parere un valore aggiunto.


6 commenti:

  1. Ciao, sono nuova e appena arrivata, ma ti seguirò sicuramente. Questa storia delle "etichette di genere" che ci viene cucita addosso fin da piccoli è a dir poco scandalosa e tipicamente italiana. Ho una bimba di 14 mesi e sai che fatica trovarle dei vestiti che non siano rosa con pizzetti e annessi e connessi? A casa ha delle bambole ma lei si diverte di più con i giochi "da maschio". Suo padre ed io abbiamo deciso già da prima di non seguire le classiche strade battute ma di assecondare i suoi interessi e le sue inclinazioni. Speriamo di poter tenere fede a questo impegno, che non significa non tenere in considerazione la sua femminilità, ma nel saper guardare oltre affinchè diventi una persona completa, non escludendo alcuna possibilità. E il lavoro comincia quando si è piccoli non quando si è nell'età dell'adolescenza, spiegando alle ragazze che valgono quanto i maschi se non di più. E tanto conta anche l'esempio in casa.

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  2. Ciao, anche io sto facendo lo stesso con i miei figli, anche se dalla "sponda opposta". senza ovviamente demonizzare le cose o i vestiti "da maschio o da femmina", ti dirò che con 2 maschi mi mancano le gonne e le mollette colorate! però con i giocattoli ho sempre lasciato che scegliessero da soli con cosa giocare, e il fatto che al grande piacciano le macchinine secondo me è puramente casuale. al piccolo piace molto di più giocare con i pupazzetti... sono convinta che i bambini siano molto influenzati dagli adulti, persino una mamma "femminista" come noi può inconsciamente associare alcuni comportamenti al genere del figlio/a e avere delle reazioni influenzate da questo, per quanto possa sforzarsi di essere neutrale. siamo tutti influenzati da certi stereotipi. così se mio figlio vuole la maglietta di paperino e dice "bello paperino" a 1 anno e mezzo io lo trovo buffo e vado oltre, se lo fa una bambina e magari la maglietta è tutta sbrilluccicante (perchè qualcuno gliel'ha regalata così) sono portato a dire "è proprio femmina". lo fanno tante mie amiche femministe e assolutamente fuori da ogni stereotipo, che hanno figlie femmine. poi quando sono più grandi bisogna parlargli molto, quando parlano di cose/storie/film/personaggi da maschi o da femmina spiegargli che non è che quella cosa/storia/film è da maschio o da femmina, ma il protagonista è un maschio o una femmina e quindi forse piacerà di più ai maschi o alle femmine. ma che le storie sono belle per entrambi. alla fine è comprensibile che un bambino di 5 anni veda in spiderman un personaggio in cui identificarsi, però questo non esclude che non possa piacergli anche rapunzel! questo è solo un esempio, ma ogni giorno i bambini tornano da scuola con frasi e pensieri ed è molto importante parlare con loro e spiegargli come la pensiamo e cioè che i maschi non sono migliori, non sono più forti o più veloci, che una cosa si fa perchè ci piace non perchè è da maschi, e quindi possono farla anche le femmine... potrei farti un'infinità di esempi. certe volte purtroppo bisogna scontrarsi anche con ciò che sentono dagli altri bambini che proviene dai loro genitori. purtroppo non tutte le famiglie sono "illuminate", ecco perchè secondo me è fondamentale anche il lavoro che si fa a scuola in questo senso, lavoro che purtroppo è spesso ostacolato come accaduto di recente con i famosi opuscoli dell'UNAR "censurati".

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  3. Il problema non sono solo le dimissioni in bianco, che comunque in passato erano già state evitate con procedure ad hoc, ma il fatto che ci sono molti modi per fare dimettere o licenziare una mamma...e anche per essere obbligati a tenersi mamme o uomini, papà o meno, che non lavorano. IN altre parole, ci sono esigenze di tutela ed esigenze di efficienza che è difficile conciliare e nel mentre le donne, soprattutto mamme, pagano le conseguenze più pesanti. Non è un discorso facile.
    Quel che scrivi è verissimo e servirebbe un cambio di mentalità che io spero, almeno in mio figlio, di inculcare. Non basterà ma, intanto, io ci provo.

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    1. hai ragione, c'è anche chi se ne approfitta. come quelle maternità anticipate false, basta dire al medico che non ti senti tanto bene e ti fa il certificato per stare a casa tutta la gravidanza. però secondo me è tutto figlio della stessa mentalità, le donne devono stare a casa e gli uomini al lavoro. bisognerebbe invece iniziare ad accettare che una donna può lavorare fino all'8 mese e anche quando ha un figlio piccolo, se la si mette ovviamente in condizioni di farlo. e a quel punto chi se ne approfitta avrà meno opportunità di farlo. secondo me è un circolo vizioso che si può interrompere solo lavorando molto sui servizi e sulla cultura delle persone. ma anche questo atteggiamento culturale degli italiani è spesso un alibi per i governi per non fare nulla in questo senso.

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  4. Ciao, ho scoperto il tuo blog oggi e mi piace molto. Io e mio marito stiamo per diventare genitori e parliamo spesso di queste questioni... Ultimamente abbiamo anche discusso sul problema della discriminazione donne/uomini sul lavoro legato molto spesso alla maternità. Anche io mi sono sentita chiedere a vari colloqui di lavoro, dopo esser stata guardata già con sospetto solo per aver ammesso di esser "fidanzata", se avessi intenzione di aver figli "perché noi cerchiamo qualcuno che sia presente a abbia il lavoro in testa alle priorità". Purtroppo, anche se per legge tutto questo sarebbe illegale, nell'ipocrisia della nostra società si fa eccome. D'altra parte credo che un problema di fondo sia che nel nostro Paese la genitorialità sia intesa in maniera profondamente diversa per mamma e papà. Se si annullasse tale differenza e il congedo fosse identico per ambo le parti (modello svedese?), il datore di lavoro non avrebbe più nessuna convenienza ad assumere l'uno al posto dell'altra. Mi rendo conto, tuttavia, che per fare questo passo bisognerebbe assistere a un cambiamento molto profondo nella tipica mentalità italiana che, per adesso, mi sembra improbabile.
    Elena

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    1. sono perfettamente d'accordo con te. aggiungo anche una cosa: qui si dice che si vuole assumere una persona che ha il lavoro come priorità, in altri paesi un papà che non si occupa della propria famiglia (per esempio non prende il congedo parentale) viene giudicato male perchè se non ci tiene alla famiglia, figuriamoci al lavoro! come dici tu è necessario un cambio di mentalità, ma non sarà facile. soprattutto questo cambio di mentalità deve essere pilotato dall'alto altrimenti non succederà mai nulla.

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