venerdì 29 agosto 2014

Una riflessione

Ieri finalmente un bel pomeriggio di sole. Ultimi giorni di asilo nido per il piccolino che a settembre inizierà la scuola materna, così cerco di godermi questi ultimi ritorni a casa insieme, soli io e lui, fra gelati e passeggiate. Decidiamo quindi di andare al parco giochi, dove poco dopo ci raggiungono anche il papà e il cucciolo di ritorno dal centro estivo. Si incontrano tanti amici, compagni di asilo e di scuola, famiglie che conosciamo. Un bambino che ho visto mille volte lì, avrà 5 anni, è vestito con pantaloni mimetici e ha un fucile giocattolo. Gioca a buttarsi per terra e sparare, gioca in pratica a fare la guerra. Ora, lo so che è un gioco comune, che chissà chi avrà visto farlo, un fratello o un cugino più grandi, magari un videogame. Immagino anche che in famiglia non gli abbiano dato importanza, o semplicemente non abbiano pensato all'associazione pantalone mimetico - guerra, soldato - morte, e così via. Ma in questi giorni in cui centinaia di bambini, come i nostri, muoiono a Gaza, o in Siria, o altrove nel mondo a causa della guerra... trovo davvero di cattivo gusto comprare un pantalone mimetico a un bambino. Mi è capitato spesso di vederne nei negozi e mi sono sempre rifiutata di comprarli, anche in passato. E in generale, preferisco che i miei figli giochino alle Tartarughe Ninja che sfidano dei non meglio precisati "Cattivi", o a Peter Pan contro Capitan Uncino, piuttosto che a mimare qualcosa che alcuni adulti fanno davvero e che provoca delle vittime fra cui, purtroppo, molti bambini.

giovedì 31 luglio 2014

Le mie giornate da single

Come dico sempre, quella settimana all'anno in cui il papà si porta in vacanza i bimbi e io resto sola in città a lavorare, è per me l'unica vera settimana di "ferie". Mi rendo conto di come è diversa la vita senza bambini. Più precisamente, quando sono sola posso:

1) mettere la sveglia un'ora più tardi;
2) fare la doccia e stare in bagno senza nessuno che bussa alla porta o semplicemente sta davanti alla porta ad aspettare che io abbia finito;
3) fare colazione con calma, in silenzio, leggendo le notizie sull'ipad;
4) uscire puntuale e tranquilla, senza nervi a fior di pelle per aver dovuto gestire emergenze di ogni tipo;
5) percorrere la strada da casa al lavoro in tutta calma, senza dover tirare su un duenne che ha deciso di sedersi sulle strisce pedonali, oppure di saltare ad ogni gradino di ogni negozio nel tratto dalla fermata dell'autobus all'asilo;
6) fare un'ora di pausa pranzo come tutti, mangiare un piatto caldo, sedermi in un posto carino, scambiare due chiacchiere con i colleghi e magari dopo fare anche una breve passeggiata;
7) se succede un'imprevisto in ufficio, potermi trattenere un po' di più, non avere l'ansia di dover scappare via prima, e di aver lasciato qualcosa in sospeso poi.
8) all'uscita dal lavoro poter fare un giro per i negozi, guardare i saldi, tornare con calma a casa perchè posso cenare all'ora che mi pare;
9) dopo cena, riuscire a vedere un film fino alla fine senza addormentarmi;
7) riuscire a sbrigare incombenze come portare l'auto a fare la revisione o andare in lavanderia, senza doverlo progettare con settimane di anticipo e smuovere mezzo mondo;
8) riuscire finalmente a mettere a posto armadi e librerie;
9) avere il tempo di leggere un libro, chiamare un'amica al telefono, mettere lo smalto alle unghie, e tanto altro ancora.

Però la casa mi sembra vuota, e i miei cuccioli mi mancano tantissimo... Non vedo l'ora di riabbracciarli e sbaciucchiarmeli tutti!


venerdì 27 giugno 2014

Non ditele solo che è bella

Ho appena letto questo articolo in cui si mostra uno spot americano che dovrebbe far riflettere i genitori sull'importanza delle parole e delle frasi che si dicono ai propri figli. Certamente spesso e volentieri lo si fa senza pensarci, magari perchè ci si è sentiti dire le stesse cose o sentivamo che i nostri genitori le dicevano alle nostre sorelle. Credo però che valga la pena fare attenzione al modo in cui si si fanno i complimenti o al contrario i rimproveri ai nostri figli, ovviamente non è tutto ma anche questo ha importanza. Non ho figlie femmine al momento, ma penso che anche con i maschi bisogna fare attenzione a quello che si dice, in modo che crescano liberi da pregiudizi di genere. Certo l'esempio che si ha in casa è fondamentale, ma anche nel gioco, rifiutare certi stereotipi è senz'altro una componente importante. Per esempio qualche giorno fa giocavamo con lo shuttle dei lego, il cucciolo impersonava l'astronauta, mentre io avevo un personaggio femminile. "Facciamo che lei era la mia fidanzata", mi dice. "Facciamo però che lei era anche l'ingegnere che aveva progettato lo shuttle", rispondo io. Lui mi fa "va bene" senza battere ciglio. Lei era la fidanzata perchè l'astronauta voleva essere lui, e lui voleva identificarsi in un personaggio maschile, non certo perchè pensava che lei essendo femmina non potesse essere altro! Ma se non gli avessi proposto questa variante, sarebbe stata solo la fidanzata dell'astronauta, magari che lo aspettava a casa mentre lui andava in giro per lo spazio fra mille avventure... Questi sono piccoli messaggi che gli inviamo, che forse potranno cambiare nelle nuove generazioni il modo di vedere le persone, di giudicarle e di interfacciarsi con loro.

venerdì 23 maggio 2014

Dolce o merenda?




La notizia scottante di questi giorni, é quella del sindaco a 5 stelle di Pomezia che ha introdotto la doppia tariffa per la mensa scolastica, con o senza "dolce". I giornali gridano allo scandalo, scrivendo che ci sarebbe discriminazione fra i bambini ricchi che possono mangiare il dolce, e quelli poveri che starebbero a guardare. Personalmente ho una forte antipatia verso i 5 stelle, e ogni scusa sarebbe buona per parlarne male. Però appena letta la notizia sinceramente qualcosa non mi tornava.

Innanzitutto mi sono chiesta l'opportunità di servire il dolce a fine pasto in una mensa scolastica, almeno così sembrava leggendo gli articoli in cui si parla addirittura di "dessert". Nella scuola materna di mio figlio hanno seguito tutto un programma di educazione alimentare, un altro sulla prevenzione dentale, il menù é scrupolosamente studiato dalla ASL affinché sia completo e bilanciato e non penso che in altri comuni funzioni tanto diversamente. Si parla tanto di obesità infantile, di cui abbiamo un triste primato in Europa (ma non siamo il paese della "dieta mediterranea"?), e nelle scuole servono il dolce tutti i giorni?

Ne parlo con degli amici che abitano proprio a Pomezia, e mi spiegano che le cose non stanno proprio così, che in realtà si tratta della merenda del pomeriggio, che non tutti i bambini consumano perché alcuni vanno via dopo il pranzo. Così alcuni genitori hanno protestato perché non vogliono pagare qualcosa che i loro figli non consumeranno. Quindi non bambini ricchi o poveri ma semplicemente bambini che restano al pomeriggio e bambini che vanno a casa prima. Ancora qualcosa non mi é chiaro, queste scuole servono il dolce tutti i giorni a merenda? Nella scuola di mio figlio le merende in genere sono yogurt o frutta, fette biscottate e marmellata, focaccia, succhi di frutta o the, latte e biscotti. Mi dicono che é così anche da loro. Ok, come al solito i giornali hanno completamente stravolto la notizia, anzi hanno proprio scritto fischi per fiaschi. L'incompetenza di certi giornalisti, che fanno capo a tutti i principali giornali italiani, é imbarazzante. Nessuno verifica, fanno copia e incolla e la notizia é fatta. Persino un post sulla 27 ora di stamattina fa tutta una disquisizione psico-filosofica sul significato del dolce... Davvero ridicoli!

Detto questo però, a pensarci bene le cose sono molto più gravi di come vengono descritte. Perché qui ci sono dei genitori che protestano perché vogliono "lo sconto" sulla base di quanto il proprio figlio consuma, come se una mensa scolastica fosse un ristorante qualunque in cui paghi ciò che hai ordinato e non un servizio al quale si contribuisce in maniera simbolica pagando ognuno secondo il proprio reddito. I giornali parlano di una quota di 4 euro, e di una differenza di 40 centesimi per chi volesse anche il "dolce". Quindi si tratta senz'altro delle fasce a reddito alto, in quanto quelle a reddito più basso pagheranno 1-2 euro, o sbaglio? E una merenda, che sia yogurt o frutta o latte e biscotti, costa davvero 40 centesimi? Per dire uno yogurt lo pago io 40 centesimi al supermercato, le banane 1.50 al kg, ci si aspetta che all'ingrosso costino parecchio meno. Siamo sicuri che sulla spesa totale una merenda incida per il 10% su una tariffa di 4 euro? Ho l'impressione che questo sia solo mancanza di senso civico, e di senso di appartenenza a una comunità. La solita mentalità italiana del "perché devo pagare un servizio se non ne usufruisco", perché non esiste uno stato, una società alla quale contribuiamo tutti e dalla quale riceviamo tutti, ma ognuno si fa gli affari suoi e paga solo ciò che gli interessa. E la cosa ancora più grave, a mio parere, é che un sindaco assecondi queste richieste, proprio lui che dovrebbe difendere le istituzioni pubbliche e quella comunità della quale é il primo cittadino.


- Posted using BlogPress from my iPad

martedì 29 aprile 2014

Il mio commento su Galimberti

Da ieri gira un articolo, condiviso ed applaudito da tutti, in cui si riporta il pensiero di Umberto Galimberti sulla nostra società e il rapporto con i figli:

La nostra società ad alto tasso di psicopatia non è adatta a fare figli

Io sinceramente, pur trovandolo interessante e condivisibile in molti punti, non ne ho apprezzato alcuni passaggi.


Il filosofo e psicoanalista parla prima delle emozioni e dei sentimenti, delle "mappe emotive", e dell'importanza dei primi tre anni di vita. Fino qui, nulla da eccepire anzi, leggo con interesse quello che scrive dal momento che sono argomenti di cui ha grande competenza. Poi però scrive che la nostra società non è idonea a fare figli, e questo "perché i genitori, per sopravvivere, devono lavorare in due e quindi il tempo per la cura dei figli non c’è. I figli sono affidati a un esercito di baby sitter, o peggio alla baby sitter di tutte le baby sitter che è la televisione. I genitori non hanno tempo di stare con i bambini e si difendono cercando di dare loro un tempo-”qualità”, ma i bambini hanno bisogno di tempo-quantità. Hanno bisogno di essere riconosciuti passo dopo passo, disegno dopo disegno, domanda dopo domanda. Non basta fare quattro week end giocosi per avere una relazione con i figli." E qui, scusate, ma mi vengono i nervi. Si arriva sempre al punto che siccome si lavora in due (leggi: le mamme lavorano) allora i figli non sono ascoltati/sono trascurati e rischiano di diventare degli "handicappati psichici". Su questo punto, invece, avrei da dire un paio di cosette:


1) Forse il Prof. Galimberti non sa che in Italia le famiglie monoreddito sono la maggioranza. Dove siano poi questi "eserciti di baby-sitter" non lo so, forse nelle famiglie che conosce lui con redditi molto elevati. Quello che vedo io è che in genere gli eserciti sono di nonni, casomai. La televisione la possono guardare i bambini che passano molto tempo a casa, i miei figli ne guardano pochissima visto che comunque parte del pomeriggio sono all'asilo. I "quattro week end giocosi" la maggiorparte delle famiglie italiane neanche sa cosa siano, visto che a malapena arrivano alla fine del mese.


2) Non credo che "una volta" i bambini fossero più ascoltati di oggi, dai racconti dei miei genitori e dei miei nonni, ma anche leggendo i più famosi romanzi per l'infanzia, prima degli anni 70-80 i bambini ricevevano un'educazione molto autoritaria, non avevano diritto ad esprimere le proprie emozioni, in famiglie con molti figli in cui se avevi un problema dovevi tenertelo per te, un bambino vivace veniva represso con le botte (mia nonna diceva "mazza e panella fanno i figli belli"), per prendere parola a tavola dovevi chiedere il permesso, ecc. Insomma Gianburrasca e Pippi Calzelunghe li abbiamo letti tutti e sono storie che oggi fanno quasi sorridere, trovo persino difficile spiegare a mio figlio quale fosse il contesto in cui quei bambini vivevano.


Poi l'articolo segue con considerazioni sulla scuola, che condivido perfettamente, e le frasi conclusive sull'intolleranza, sui bambini che ricevono troppi regali... anche questo è assolutamente vero.


Credo che sia un peccato perchè le premesse sono buone, ma si è persa un'occasione per cogliere qual'è il vero punto: la nostra società non è migliore o peggiore, più adatta o meno adatta ad avere figli. Non è sbagliato lavorare in due e non credo nemmeno che lo pensi Galimberti. Il punto è che oggi possiamo dare un'educazione di qualità ai nostri figli, ne abbiamo gli strumenti e la cultura (che i nostri nonni non avevano) ma per fare questo non bisogna tornare indietro, perchè non è sufficiente che un genitore sia tutto il giorno a casa perchè un bambino costruisca correttamente la sua "mappa emotiva". Bisogna investire nell'educazione dei bambini e dei genitori, con gli asili, i consultori, strutture di supporto. Bisogna permettere ai genitori, entrambi, di dedicare tempo ai figli, senza essere penalizzati sul lavoro. Bisogna investire nella scuola, perchè se manca la carta igienica e gli insegnanti lavorano in condizioni di perenne emergenza è un po' difficile che la scuola possa essere "erotica", come dice lui. Probabilmente anche lui queste cose le sa, si tratta di una breve intervista, forse sono io che sto andando troppo oltre... mi piacerebbe però che gli esperti smettessero di esprimere giudizi sulla società, sui genitori di oggi, e iniziassero a sollecitare le istituzioni affinchè si diano da fare per le famiglie, per la scuola, per l'educazione e l'istruzione di tutti i cittadini, grandi e piccoli. La società non cambia se non le dai gli strumenti per cambiare.

mercoledì 26 marzo 2014

Nel mondo del lavoro la gravidanza è peggio di un infortunio

Nel giorno dell'approvazione della legge che dovrebbe impedire la pratica incivile delle "dimissioni in bianco", ho letto questo articolo, twittato da Michela Murgia, in cui si parla delle difficoltà di una giornalista nel trovare lavoro a causa di una fede al dito oppure di una gravidanza.
Da quello che so chiedere a una donna se vuole avere figli, o se ne ha, durante un colloquio è illegale, correggetemi se sbaglio.
Comunque sia, conosco molti uomini, colleghi, ex-colleghi, amici, che si sono assentati dal lavoro per motivi di salute per parecchi mesi. Un collega giocando a pallone si è rotto i legamenti. Si è dovuto operare e sono seguiti diversi mesi di riabilitazione. Un altro è caduto con la moto, diverse fratture alle gambe, è stato a casa molto più di quanto sia stata io in maternità. Un caro amico si è rotto un femore (o forse entrambi?) cadendo con il deltaplano, anche in quel caso si è assentato dal lavoro per parecchi mesi. Per finire, un collega child-free si becca la varicella dal nipote, resta a casa come minimo un mese e c'è stato il rischio che avesse contagiato altri colleghi causando ulteriori assenze.
Ora, voi cosa pensereste se a un uomo durante un colloquio gli si chiedesse: "gioca a pallone?" oppure "va in moto?", "pratica sport pericolosi?", "le piace fare attività all'aria aperta?", "ha avuto tutte le malattie esantematiche?". E se gli dicessero: "Ci spiace, abbiamo preferito un collega che non ha altre priorità che quella di lavorare" (frase che è stata detta senza vergogna alla giornalista di cui si parla nell'articolo) perchè non vogliono correre il rischio di assumerlo per poi vederlo assentarsi per malattia? No perchè con le donne l'associazione sposata-maternità-assenza è immediata, perchè non dovrebbe esserlo quella sportivo-infortunio-assenza per gli uomini? 

Con la differenza che la gravidanza non è una malattia e mettere al mondo un figlio è una cosa bella, e a mio parere un valore aggiunto.


martedì 18 marzo 2014

Aggettivi e stereotipi

La primavera è vicina, vorrei comprare un giubbotto più leggero per il Cucciolo ma con il poco tempo che ho cerco di ottimizzare lo shopping. Così prima di girare a vuoto cerco online se ci sono i cataloghi dei negozi dai quali compro più di frequente l'abbigliamento per i miei bambini, per farmi un'idea e capire dove posso più probabilmente trovare ciò che mi serve. Uno di questi siti ha uno spot da guardare e io ci clicco sopra. E' un video di bambini, per la maggiorparte del tempo divisi in "maschi" e "femmine", alcuni aggettivi scorrono in sovraimpressione e sono a coppie, l'uno il contrario dell'altro, mentre le immagini dei bambini richiamano il significato della parola scritta. L'abbigliamento per carità, si presta molto alle divisioni di genere, c'è una collezione "Bambina" e una "Bambino" da mostrare e posso capire che le due cose si vogliano mischiare poco. Inizio a guardare il video. Primi aggettivi a confronto: "timidi" - una bambina, "estroversi" - un bambino;  "diligenti" - una bambina, "vivaci" - un bambino; "calmi" - 2 bambine e 1 bambino (unico caso in cui sono mischiati), "scatenati" - un bambino. Mi dico che sono esagerata, che ho il dente avvelenato, che leggo troppi blog di comunicazione di genere e mi avranno fatto il lavaggio del cervello, che sarà sicuramente un caso che tutti gli aggettivi che indicano un comportamento tranquillo, sottomesso e noioso siano per le femmine, quelli che indicano un comportamento ribelle e allegro siano maschi. 
Andiamo avanti: "scrupolosi" - mentre due bambine preparano i biscotti, "impazienti" - mentre la mano di un bambino fa cadere i biscotti già fatti per poi leccarsi il dito; "amici" - tre ragazzini si abbracciano come nelle migliori tradizioni del rugby, "rivali" - tante gambe corrono insieme, ma poi l'inquadratura va a un gruppetto di ragazzine; "spettatori" - un gruppo di bambine salta, "protagonisti" - un bambino tira un calcio a un pallone e poi abbraccia il suoi compagno; "esuberanti" - un ragazzino ascolta la musica, "riservati" - una ragazzina parla all'orecchio dell'amica e ride, come se le avesse detto un pettegolezzo. 
Ora, guardatelo anche voi e ditemi cosa vi sembra. A me sembra che secondo questo video le femmine sono quelle che cucinano mentre i maschi mangiano (mancando anche di rispetto a chi ha cucinato in quanto fanno cadere tutti i biscotti), i maschi sono amici fra loro mentre le femmine sono rivali, le bambine stanno a guardare mentre i bambini hanno successo, i maschi ascoltano musica mentre le femmine spettegolano. Non può essere un caso, non è possibile. Cavolo, pure tirando a sorte gli aggettivi non si sarebbero potuti distribuire in questo modo. E con un po' di attenzione si sarebbero potuti invertire i ruoli, di volta in volta. Non sono un'esperta di comunicazione ma se non sono stereotipi questi...!




martedì 11 marzo 2014

E' tutto molto coerente

Le quote di genere non servono, perchè se le donne valgono possono arrivare dove vogliono. Le quote introdurrebbero un gran numero di donne che invece non hanno le capacità, ma chissà come sono arrivate a quella posizione. Per gli uomini il problema non esiste, perchè si sa che gli uomini sono più portati per occuparsi di politica e prendersi responsabilità ad alti livelli, e se loro sono in netta maggioranza è perchè è giusto che sia così. E del resto l'elevato numero di casalinghe dimostra proprio che alle donne piace stare a casa, occuparsi del focolare domestico, è per questo che sono portate ed è giusto favorirle in questa scelta. Perchè mai costruire asili nido, fare politiche per la conciliazione quando la famiglia ideale è quella in cui l'uomo lavora la sera fino a tardi mentre la mogliettina cucina e fa il bagnetto ai figli, e glieli fa trovare già a letto quando torna. Meglio pagare uno stipendio alle casalinghe, infatti loro "sono decisive per la realizzazione dei progetti dei loro compagni, liberi di investire tutte le loro energie nel lavoro proprio perché qualcun altro si è assunto in toto la cura della casa e dei figli".
Che poi si sa, le case delle donne che lavorano sono piene di ragnatele, i loro figli sono denutriti e indossano abiti sporchi. Nessuno va a parlare con le loro maestre, a vedere le loro recite, li porta a scuola. Che poi, chi glielo fa fare di andare a lavorare, sono proprio delle fesse, come quegli scemi dei loro compagni che si smazzano tutto il giorno per dividersi con loro non solo il mantenimento economico della famiglia ma anche tutti i vari impegni che riguardano i figli e le incombenze della casa.

domenica 9 marzo 2014

Il mondo all'incontrario

É proprio un paese all'incontrario quello in cui le automobili parcheggiano sul marciapiede e i pedoni sono costretti a camminare nella strada per poter passare. É proprio un paese all'incontrario quello in cui se lo fai notare al proprietario di una di quelle auto, che stai andando in mezzo alla strada con un bambino di 2 anni e uno di 5 con monopattino al seguito, ti tratta come se fossi una pazza, ti dice che é colpa tua perché sei tu che dovevi passare sul marciapiedi di fronte. Certo come mi é venuto in mente di usare quel marciapiedi, in fondo se l'altro é molto stretto e in 3 non ci si sta a meno di stare in fila indiana (con 2 bambini, di cui uno che ha da poco smesso il passeggino, e un monopattino), se ha diversi attraversamenti con strisce pedonali scomode o assenti, e comunque se non avevo voglia di attraversare per passare dall'altra parte (con 2 bambini e un monopattino, in una strada in cui le macchine sfrecciano e non guardano in faccia a nessuno) non appena mi ero accorta che il marciapiedi era occupato, il problema é solo mio. E non é il caso di aspettarsi delle scuse, da quella persona, una giustificazione del tipo "mi spiace, mi sono fermato solo pochi secondi, vado subito via", che magari é falsa ma almeno non fai la figura del cafone, fai finta di vergognarti almeno un po'. No, perché il torto é mio, sono io che pretendo che il marciapiedi non sia un parcheggio, in fondo lo fanno tutti, e che ci vuole a capire che si può usare il marciapiedi di fronte? Del resto anche i vigili vengono una volta tanto, fanno qualche multa a pochi sfortunati, e poi non si vedono più per mesi. Lo sanno tutti che lí si parcheggia, c'é poco da lamentarsi. É davvero troppo chiedere di poter portare i miei figli al parco giochi la domenica mattina, senza dover compiere un percorso ad ostacoli.














- Posted using BlogPress from my iPad

giovedì 27 febbraio 2014

Moduli


Il momento è arrivato, abbiamo iscritto il cucciolo alla scuola primaria. Sembra incredibile ma l'anno prossimo si va in prima! E il piccolino inizierà la materna, sarà una settimana davvero emozionante e non so se riuscirò a reggere il colpo... Sono contenta e orgogliosa di lui, del suo entusiasmo di fronte a questa novità e a questo grande progresso, dall'altra parte mentre lo incoraggio e lo assecondo non riesco a non pensare che questo sarà il primo di una lunga serie di anni di scuola e studio, di compiti e interrogazioni, di insegnanti burberi e malumori, di stanchezza e incomprensioni... ma la scuola per fortuna non è solo questo e tutti bene o male ci dobbiamo passare per diventare adulti.
Speriamo bene!

Detto questo, volevo giusto dire due cose sulla storia della nomenclatura dei genitori nei moduli, che ha destato tanto scalpore fra i benpensanti.
Nel modulo online del sito del ministero (sul quale stendo un velo pietoso, un servizio lento ed inefficiente, con informative che dovevo dichiarare di aver letto impossibili da visualizzare e tentativi infiniti di connessione andati male) c'è un genitore che fa la domanda, ovvero che registra i propri dati, sceglie una password, compila il modulo dopo apposito Login, che può essere sia il padre che la madre, indifferentemente, com'è ovvio. Dunque non avrebbe alcun senso che fosse specificato nel modulo "madre" o "padre", è un genitore che poi nella compilazione dei dati specificherà le proprie generalità. Di conseguenza al momento dell'inserimento dei dati dell'altro genitore, questo verrà chiamato "secondo genitore", per ovvie ragioni. Ora, io proprio non capisco dove sia il problema, perchè strapparsi i capelli e sentirsi offesi perchè non ci chiamano "madre" e "padre". Sarebbe stato così anche se le famiglie arcobaleno non esistessero o non fossero un argomento di attualità, e nessuno ci avrebbe fatto caso. Del resto quando eravamo ragazzini noi, sul libretto delle giustificazioni c'era scritto "firma di un genitore o di chi ne fa le veci", e poichè all'epoca non si parlava di matrimoni omosessuali nessuno si è mai posto il problema. Perchè in effetti il problema non c'è.

Infine due parole anche sul sito dell'INPS, altro caposaldo dell'informatica italiana (probabilmente sono stati gestiti dalle stesse persone), in cui ogni volta che devi chiedere qualche giorno di congedo parentale devi rimettere daccapo tutti i dati di tuo figlio e di suo padre, e quanti giorni di congedo hai già utilizzato, e perfino
quando hai usufruito della maternità obbligatoria. Ma io dico, fate tutto in maniera informatica (e ci mancherebbe) e poi vi costa tanto salvare i dati e automatizzare la procedura? Al massimo mi chiedi di confermare! Ma non è che da un mese all'altro mio figlio ha cambiato papà, o è cambiata la sua data di nascita, oppure ho preso dei giorni di congedo di nascosto... se non lo sapete voi quanti giorni ho accumulato... cioè ci pagano delle persone (con i nostri soldi) per fare questi siti!

venerdì 7 febbraio 2014

Choosy e mammoni, alla riscossa!

22 ottobre 2012, Elsa Fornero: "Non bisogna mai essere troppo choosy, meglio prendere la prima offerta e poi vedere da dentro e non aspettare il posto ideale".

06 febbraio 2012, Anna Maria Cancellieri:  "Noi italiani siamo fermi al posto fisso nella stessa città di fianco a mamma e papà".

7 febbraio 2014, Fabio Volo: "Se mio figlio mi dicesse: 'Ho trovato un lavoro, 6 giorni su 7, 8 ore al giorno per 1200 al mese', io dovrei essere contento? E lui dovrebbe essere contento? Onestamente non capisco perché accettarlo e magari andare a vivere a 40 km dalla città, fare ogni giorno due ore di auto. Piuttosto che farsi prendere in giro, meglio il divano!".

E' proprio a persone come queste che le due ministre si riferivano, anche se poi tutti si sono sentiti chiamati in causa. E in Italia sono in tanti a pensarla così (ma anche tanti altri che per fortuna si rimboccano le maniche e vanno a lavorare). E spiegategli che i contratti lavorativi sono al massimo di 40 ore a settimana.

lunedì 27 gennaio 2014

Rompiballe-free



Ogni tanto si torna a parlare di posti (locali, ristoranti, voli) "child-free". Ora, premettendo che questo ulteriore articolo non aggiunge niente ad un discorso già fatto molte volte, e premettendo anche che non penso ne mai penserò che nella vita di una persona adulta debba per forza esserci posto per un figlio, non capisco proprio perché ci si debba scandalizzare tanto. Prima di tutto il vero problema, almeno qui in Italia, è che pochi locali/ristoranti/aeroporti sono "child-friendly". Trovare un fasciatoio nel bagno è una rarità (ma mi sembra di vedere un lento miglioramento), in particolare nel bagno degli uomini lo trovi solo - guardacaso - all'Ikea. Avere una sedia alta, o un seggiolone al ristorante anche non è scontato. Allora pretendiamo queste dotazioni base nei posti in cui andiamo con i nostri figli, e freghiamocene di cose che non ci riguardano: noi tanto in quel posto non ci andremmo. Anzi, giriamo la cosa dal NOSTRO punto di vista: tutti i rompiballe che non sopportano i bambini e hanno l'orticaria ogni volta che ne vedono uno piangere o sgambettare fra i tavoli toglieranno il disturbo, e noi potremo goderci il nostro pranzo/cena/viaggio in santa pace sapendo che nessuno ci disturberà se i nostri figli si comportano semplicemente... da bambini!

- Posted using BlogPress from my iPhone


mercoledì 22 gennaio 2014

Shii



Un mio collega, per stuzzicare e perculare la femminista che è in me, mi ha mostrato questo video (ne esiste anche una versione "oscena", potete andarvela a cercare se volete). Quello che gli ho risposto è che basta entrare in un negozio di giocattoli, o sfogliare un qualunque catalogo, e non è che l'offerta sia tanto diversa.

Immagine presa dal primo sito uscito su Google cercando le parole "catalogo giocattoli"


Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

Post più popolari