mercoledì 22 maggio 2013

I capelli di Rapunzel

Di tutta la nostra videoteca, ormai fornitissima, uno dei miei film preferiti è Rapunzel. Chi non l'ha visto e non ne conosce la storia, può leggerla qui. E' molto bello, come tutti quelli della Disney e secondo me offre molti spunti di riflessione. Intanto non sono mai stata dell'idea di demonizzare le principesse Disney, non come personaggi almeno (quello che riguarda il merchandising delle principesse è un altro paio di maniche), perchè anzi tutto quello che viene spesso criticato di questi personaggi femminili secondo me è completamente smentito da un'analisi più approfondita. Rapunzel è una ragazza che vive imprigionata in una torre, ostaggio dei suoi lunghissimi e magici capelli: il simbolo della bellezza femminile è in realtà un ostacolo alla libertà

Ma c'è dell'altro: la donna che tiene Rapunzel prigioniera, Madre Goethel, si spaccia per sua madre e le racconta che il mondo è pericoloso, le impedisce di uscire e avere alcun contatto con l'esterno perché i suoi magici capelli le permettono di rimanere sempre giovane e bella. Questo personaggio mi ha sempre fatto pensare a quei genitori che non vogliono che i loro figli diventino mai adulti, non gli insegnano ad essere indipendenti, ma fanno di tutto per tenerli legati a se: perché accettare che un figlio sia adulto, e che non abbia più bisogno dei propri genitori significa accettare che non si è più giovani.

Secondo una ricerca della Coldiretti, il 28% degli italiani tra i 35 e i 40 anni ricevono ancora la paghetta dai genitori. Adesso, a parte il fatto che chiamare "giovani" - come fanno in questo e in altri articoli - persone fra i 35 e i 40 anni fa ridere, ma la mia esperienza personale è che per molti miei coetanei la cosa va ben al di là del semplice aiuto economico. Molti 30-40-enni, pur avendo dei figli, non si sentono mai genitori ma continuano ad essere figli, completamente sottomessi ai propri genitori che si occupano di tutto: dalla scelta del ginecologo/pediatra, al baby sitting, al "catering" (in pratica gli fanno la spesa oppure gli fanno trovare la cena pronta quando non li ospitano direttamente a cena 7 giorni su 7). Nonni che decidono in che scuola iscrivere i nipotini, come vestirli, parlano dei loro figli/nuore/generi come di inetti incapaci di badare a se stessi e alle loro famiglie, o "troppo importanti" per potersi occupare di banali questioni giornaliere. Mi viene in mente lo spot norvegese che girava qualche mese fa, che fa morire dal ridere se non ci fosse da piangere...

Badate bene, non ho nulla contro l'aiuto più o meno necessario che i nonni possono darci. Ho avuto 2 figli con la varicella a distanza di 2 settimane e le nonne si sono alternate per darmi una mano, non potevo certo assentarmi al lavoro per 1 mese! Così come gli oggetti più costosi e sfiziosi sono spesso regalo dei nonni. Ma un conto è regalare, aiutare, venire incontro, altro è sostituirsi ai propri figli e non riconoscere che sono in grado di cavarsela da soli. Credo che questo sia puro egoismo. Poi certo, il rovescio della medaglia è che gli stessi figli se ne approfittano, è uno dei tanti circoli viziosi della nostra società, ormai prossima al collasso.

Un'analisi che condivido di questo fenomeno è in questo articolo.

martedì 21 maggio 2013

La poltrona del dentista

Sono abbastanza scrupolosa in fatto di screening: Pap Test ogni 3 anni, controllo dei nei ogni 2, mi faccio seguire al centro cefalee per curarmi l'emicrania... con le gravidanze ho persino vinto la paura dei prelievi. Il dentista però non ce la posso fare, al solo pensiero del trapano mi viene la pelle d'oca, vi giuro che ho affrontato molto più a cuor leggero l'asportazione di un neo sospetto piuttosto che una banale otturazione. Risultato: dopo 5 anni o forse più che non ci andavo un dente ha iniziato a farmi male, e a quel punto non potevo più sottrarmi. Ho diverse otturazioni da rifare, e qualche piccola nuova carietta: questo mese insomma tutte le settimane ho un appuntamento (per la gioia anche del mio portafogli!). Paradossalmente però in un periodo in cui al lavoro c'è tanto da fare e i colleghi incalzano, a casa non ne parliamo: 2 varicelle e 1 scarlattina (ma i bambini sono solo 2!), mille problemi in casa dalle inca..ature con l'amministratore di condominio al lavandino otturato fino al disordine che prima o poi ci mangerà tutti, andar via dal lavoro per andarsi a sdraiare un'oretta su quella comoda poltrona... quasi quasi sono contenta!

lunedì 20 maggio 2013

#TISALUTO

Copio e incollo volentieri il testo sotto, già pubblicato da Il Corpo delle Donne, Vita da Streghe e Ma la notte no, perchè si tratta di qualcosa che a tutti è capitata più di una volta: il commento, la frase sessista in una conversazione fra amici o colleghi, il complimento apparente che in realtà sminuisce la donna a cui è rivolto, spesso in una posizione che le impedisce di rispondere o reagire. Molte persone nemmeno se ne rendono conto, tanto è ormai diffuso nelle abitudini italiane, quello che è più grave è che non avviene solo "fra uomini" o in ambienti strettamente maschili, ma molte donne anche spesso e volentieri si prestano a queste conversazioni esprimendo opinioni sessiste. Mi vengono in mente per esempio i commenti sul caso Ruby sentiti al lavoro, o in compagnia di amici e amiche. Se la cosa non è direttamente rivolta a me, mi limito a girarmi dall'altra parte e abbandonare la discussione. Io che di solito sono una chiacchierona e voglio sempre avere l'ultima parola, semplicemente smetto di parlare e mi faccio i fatti miei. Trovo inutile anche solo replicare. Certo però tirarsi fuori da una conversazione dichiarando espressamente il motivo per cui lo si fa, e senza prestarsi a spiegazioni che ci porterebbero poi, diciamolo, ad essere chiamate bacchettone, acide, sessualmente represse, prive di senso dell'umorismo e quant'altro è sicuramente la cosa più efficace e, se iniziassimo a farla tutti, probabilmente porterebbe a dei risultati: sarebbe ora che chi usa il sessismo come normale argomento di conversazione iniziasse a vergognarsi, sarebbe ora che gli italiani lo considerassero sintomo di arretratezza culturale, invece che un semplice modo di fare (e di essere simpatici). 
In Italia l’insulto sessista è pratica comune e diffusa. Dalle battute private agli sfottò pubblici, il sessismo si annida in modo più o meno esplicito in innumerevoli conversazioni.
Spesso abbiamo subito commenti misogini, dalle considerazioni sul nostro aspetto fisico allo scopo di intimidirci e di ricondurci alla condizione di oggetto, al violento rifiuto di ogni manifestazione di soggettività e di autonomia di giudizio.
In Italia l’insulto sessista è pratica comuneperché è socialmente accettato e amplificato dai media, che all’umiliazione delle persone, soprattutto delle donne, ci hanno abituato da tempo.
Ma il sessismo è una forma di discriminazione e come tale va combattuto.
A gennaio di quest’anno il calciatore Kevin Prince Boateng, fischiato e insultato da cori razzisti, ha lasciato il campo. E i suoi compagni hanno fatto altrettanto.
Mario Balotelli minaccia di fare la stessa cosa.
L’abbandono in massa del campo è un gesto forte. Significa: a queste regole del gioco, noi non ci stiamo. Senza rispetto, noi non ci stiamo.
L’abbandono in massa consapevole può diventare una forma di attivismo che toglie potere ai violenti, isolandoli.
Pensate se di fronte a una battuta sessista tutte le donne e gli uomini di buona volontà si alzassero abbandonando programmi, trasmissioni tv o semplici conversazioni.
Pensate se donne e uomini di buona volontà non partecipassero a convegni, iniziative e trasmissioni che prevedono solo relatori uomini, o quasi (le occasioni sono quotidiane).
Pensate se in Rete abbandonassero il dialogo, usando due semplici parole: #tisaluto.
Sarebbe un modo pubblico per dire: noi non ci stiamo. O rispettate le donne o noi, a queste regole del gioco, non ci stiamo.
Se è dai piccoli gesti che si comincia a costruire una società civile, proviamo a farne uno molto semplice.
Andiamocene. E diciamo #tisaluto.
Questo post è pubblicato in contemporanea anche da Marina Terragni, Loredana Lipperini, Giovanna Cosenza e Giorgia Vezzoli.
Se ti va, copincollalo anche tu!
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