sabato 3 marzo 2012

Inoccupazione e asili nido

Torno a parlare del Convegno di Pari o Dispare  del precedente post. Sono fissata, lo so, ma per una volta trovo conferma nelle statistiche di ciò che da anni vedo intorno a me e dico, suscitando reazioni di scetticismo se non disappunto nei miei interlocutori. Se leggete l'articolo che riporta integralmente l'intervento, a un certo punto si parla della frequenza dei bambini italiani negli asili nido. Cito testualmente:

"Gli altri motivi per cui l’82% delle donne inattive per motivi familiari non lavora e non cerca lavoro possono solo essere supposti. Possono essere ricondotti in via generale al ruolo di cura della famiglia che in Italia è assegnato prevalentemente se non esclusivamente alle donne, ma anche a legittimi calcoli sulla convenienza di lavorare se il costo per colf e badanti supera lo stipendio che si pensa di poter guadagnare.

Non si deve neppure sottovalutare che a volte la scelta è determinata solo dalla valutazione, peraltro non condivisa dalla pedagogia, che la cura che una madre o un padre può dedicare a un figlio è qualitativamente superiore a quella di un asilo nido.

Infatti, dal grafico successivo emerge che il 45,9% dei bambini non è iscritto dalla madre all’asilo nido perché considerato troppo piccolo, il 33,4% perché è seguito da un altro membro della famiglia e il 6,7% perché non si vuole delegare la funzione educativa."

La figura sotto riporta il numero di bambini da 0 a 2 anni non iscritti all’asilo nido per motivo della non frequenza -  Anno 2008 (per 100 bambini da0 a 2 anni non iscritti)


Ora, tolti "il nido/asilo costa troppo", "ho fatto la domanda ma non è stata accettata", "il nido o la scuola sono lontani da casa, scomodi" che coprono in totale il 20.3% dei casi (non pochi però), le altre motivazioni sono davvero solo di carattere culturale. Prevale ancora la mentalità della mamma chioccia che è l'unica depositaria dell'educazione dei bambini, e che se lei non può c'è la nonna. Ancora una volta ricade sulle spalle di una donna un compito che dovrebbe spettare allo stato.
 
Nessuna delle educatrici di un asilo nido pensa che la mamma le abbia delegato l'educazione del figlio, lasciare il proprio figlio per alcune ore al giorno alle cure di persone preparate e competenti non può che essere un arricchimento per il bambino, e un aiuto a livello non solo pratico ma anche pedagogico per la famiglia. Io e mio marito abbiamo iscritto i nostri figli al nido non solo per necessità ma è stata prima di tutto una scelta educativa, e sinceramente abbimo visto i risultati. Questo non vuol dire che qualcun altro si sia preso delle responsabilità al posto nostro, o che abbiamo consegnato i nostri figli a degli estranei come se fossero pacchi postali, ma abbiamo voluto che delle persone esperte ci aiutassero e ci consigliassero per quanto riguarda la loro crescita e la loro formazione, sin da piccoli. Insomma, più che una "delega", la considero una "collaborazione".

4 commenti:

  1. Sacrosante parole! Il nido è fondamentale. Le mie bimbe ci sono andate dall'anno, e ora che non lavoro la più piccola continua a frequentarlo (e abitiamo all'estero per cui sta andando ad una scuola con una lingua completamente nuova!). E' fondamentale perchè i bambini stanno con i loro pari.. a chi non andrebbe?; instaurano le loro relazioni e possono fare attività a casa impossibili (ci ho provato una sola volta a far giocare a casa con un lenzuolone e acqua e farina).
    E poi mi appoggio tantissimo alle educatrici: non ho mai tentato di dare io il ritmo del riposino al pomeriggio, aspettando il nido ;)

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  2. Anche io mi ritrovo molto nelle tue parole! Anche per noi il nido è stata una scelta consapevole perchè crediamo fermamente che il nido sia un ambiente positivo per i bimbi, che "completa" la vita in famiglia.

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  3. Condivido anch'io quello che scrivi. Secondo me c'è, come per altre cose, un po' la tendenza a mitizzare i "bei tempi andati", pensando che i bambini di una volta fossero ricoperti di amore ed attenzioni dalle mamme. Ma la realtà è piuttosto diversa. Intanto, una volta le famiglie erano più grandi, si cresceva con fratelli e sorelle, mentre ora per avere dei contatti il bimbo deve frequentare l'asilo. Poi le donne avevano molto da fare, non stavano attaccate ai bambini di continuo: in epica pre-elettrodomestici solo badare alla casa e preparare da mangiare era un lavoro pesante e lungo, quando non lavoravano anche nei campi o a servizio. Io in maternità mi sentivo stanca se dovevo badare ai bambini e pulire casa, ma la madre di mio padre lo metteva in una cesta, lo portava nei campi e lo lasciava sotto un albero guardato dal cane mentre lavorava, interrompendosi ogni tanto per allattarlo. In confronto ad allora, il nido è un paradiso di attenzioni e di stimoli!

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  4. @Maddalena: sul riposino il pomeriggio anche io a casa ho sempre avuto difficoltà a rispettare un orario, il che se si tratta di sabato e domenica va anche bene, ma durante la settimana è giusto che abbiano un ritmo regolare. conosco bimbi che non andavano al nido e a casa dormivano quando gli pare e poi i genitori si lamentavano perchè prima di mezzanotte non riuscivano a metterli a letto. io in generale non sono d'accordo a trattare i bambini come dei piccoli selvatici, e assecondare i loro orari perchè vivono male loro e soprattutto noi genitori. da questo punto di vista l'asilo mi ha aiutato molto.

    @MammaPig: hai detto bene "completa" è la parola giusta. la vita sociale di un bambino non dovrebbe essere fatta solo di famiglia, che resta comunque il riferimento più importante, ma anche di tante relazioni diverse.

    @Giulia: il "piccolo mondo antico" è un mito un po' in tutti i campi, dalla salute all'ecologia, dall'alimentazione alla puericultura. mi sembra però che sia una nostalgia per un mondo che non è mai esistito, perchè i racconti dei miei nonni di quando erano giovani non erano così bucolici e romantici e sinceramente un'aspettativa di vita di 90 anni e più che abbiamo oggi è la dimostrazione che stiamo meglio ora. quello che scrivi è un'ottima considerazione, e comunque la società è cambiata e volenti o nolenti dobbiamo farcene una ragione.

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